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L’idea romantica della politica quale “luogo e pratica” per curare, fare e ricevere il bene comune vive da secoli sulle pagine di molti libri e dentro i nostri pensieri. Come il disincanto che l’accompagna. Conflitto tra chi vuol vedere e chi vuol negare. L’era della comunicazione che ha trasformato l’essere in apparire e costruito verità buone a dire tutto ed il contrario di tutto ha reso il tema ancora più intricato. La politica oggi è spesso un’occasione per tante persone che non hanno avuto nulla da dire nelle loro professioni, nei mestieri che fanno, nelle cose che sono. Un “esercito” nutrito, soprattutto al sud, che hanno età e ideologie le più diverse. Per questi la politica diventa rivincita personale perché è in gioco il proprio riscatto. Poche volte quel riscatto coincide con il riscatto della propria collettività. Stritolati dagli ingranaggi del consenso, i politici, dalle nostre parti, sono diventati imbonitori, affaristi, i migliori venditori di se stessi poiché solo in quel modo possono sopravvivere e ottenere consensi. D’altronde, il consenso da noi è da sempre nelle mani dei pochi. Di chi fa favori, prebende, piaceri che dovrebbero passare per diritti.
In queste stesse ore, in molte zone della Campania e di quei comuni che a fine marzo vanno al voto delle amministrative, si costruiscono liste, si ripropongono nomi. Dalle periferie al centro, o nella sede più ambita della Regione Campania, gli schieramenti preparano la “macchina” da guerra con cui entrare in campagna elettorale già a fine gennaio. Si servono di vari strumenti, del bisogno comune, delle emergenze sociali, di imprese, categorie professionali, sindacati, associazioni. Una regione che porta con se molti primati negativi, ripropone il solito rituale che la politica ripropone in ogni luogo. Qui aggravato dai mali endemici. Per questo, da noi più che altrove, il declino della politica è a monte e a valle del declino dei costumi sociali. Lo sanno bene le organizzazioni camorristiche che hanno mutuato molte pratiche e dato a pezzi di partiti e di persone atteggiamenti d’arroganza. Ci salveremo con scatti d’orgoglio se manderemo a casa quei politici di professione che senza la politica sarebbero gli ultimi in tutto. Se capiremo che alla politica, come impegno civile, va dedicato del tempo. Ci salveremo se la delega che diamo con il voto sapremo esercitarla ed usarla nel migliore dei modi. Oramai il solito appello al buon voto non basta più. Occhi vigili dovranno distinguere tra buona e cattiva informazione. Domandare attorno al merito di programmi che dicono tutto e niente. Che servono a scrivere la lista dei desideri e delle carriere personali.