cultura
Conversazioni con Cesare Picco
di girolamo de simone
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1997, il lavoro con l’Orchestra contemporanea di Palermo; il cd con il Trio Strabern: puoi parlarmi di questi due lavori?
Cesare Picco
"La scena musicale palermitana di quegli anni era veramente molto attiva e uno dei migliori esperimenti d’insieme era appunto l’OMC. C’era coraggio, non solo da parte dei compositori ma anche di organizzatori ed esecutori stessi a proporre qualcosa che potesse attingere dalla tradizione classica e che riuscisse ad andare incontro al pubblico in maniera semplice e naturale. Furono gli ultimi anni, in Italia, in cui le Fondazioni (allora ancora Enti Lirici) ebbero il coraggio di commissionare nuove pagine a giovani compositori e c’era spazio anche per realtà private che potevano contare su finanziamenti. Con gli anni duemila le commissioni sono praticamente diventate come acqua nel deserto.
Ricordo che tra il ’96 e il ’97 ebbi quindi la possibilità di scrivere diverse pagine per orchestra e concerti per solisti e furono moltissime le esecuzioni effettuate in lungo e in largo per tutta la Sicilia dall’OMC (altro particolare non da poco, visto nell’Italia di oggi è impensabile per un giovane compositore che un’orchestra possa eseguire sue creazioni in decine di concerti…). Ricordo “Gibraltar” per sax soprano, piano e ensemble, “Atlantis” per clarinetto e archi e poi “Break point”, una follia per jazz ensemble che durante i live dava il suo meglio: nel “punto di rottura” volevo che tutti gli orchestrali smettessero di suonare e incominciassero a telefonarsi col cellulare, a parlare col pubblico e a muoversi sul palco. Mi divertivo troppo a vedere i volti esterrefatti del pubblico, specialmente quelli di assessori e consiglieri comunali… "
In “Treno del Sole” (nel cd con il Trio Strabern) sento felici ed espliciti richiami debussiani.
"I componenti del Trio Strabern facevano parte dell’Orchestra di Musica Contemporanea di Palermo. Li ho conosciuti molto bene e ho scritto “Il Treno del Sole” immaginandomi un vero e proprio viaggio tra i colori, i profumi e le suggestioni della Sicilia. Debussy? Ci vedo forse i Children’s Corner nel fraseggio pianisitico. Proprio in questa sua opera Debussy si diverte a evocare stili musicali diversi e io, involontariamente, mi sono rifatto a lui. Vedi? Bello constatare quanto sia importante voltarsi indietro per trovare altre personali vie. Forse la musica è al fine solo un sapiente gioco di specchi".
Quanto ‘pesa’ la notazione? o alternativamente: quanto è definita l’immagine di partenza? quanto è riproducibile tal quale? ovvero: il rapporto con la cristallizzazione dell’immagine...
"Quando scrivo, penso da sempre di non poter riuscire a cristallizzare totalmente su carta ciò che intendo. E per fortuna, mi dico. C’è una linea, che delimita l’area della perfetta notazione e la conseguente perfetta esecuzione. E’ una linea indefinita, un confine mentale che non potrà mai essere scritto su foglio. Sta all’istinto dell’esecutore, ma anche del compositore che sappia lasciare al punto giusto del foglio la corretta dose di libertà. Quando un esecutore supera con coraggio questa linea, spesso le interpretazioni diventano magiche e differiscono da quelle ottime. Penso ai grandi interpreti e ad alcune loro pagine diventate ormai insuperabili: il Michelangeli del concerto in sol di Ravel, il Bach di Gould… "
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"Il balletto “La Lupa” mi suscita meravigliosi ricordi personali. Scritto per l’étoile Luciana Savignano, è un perfetto esempio di teatro-danza diretto da Susanna Beltrami (con il bravissimo attore Cosimo Cinieri) ed è stato un grande successo di pubblico e critica. A pensarci ora, musicare nel 1998 la novella di Verga ambientata in Sicilia non poteva che essere un destinale approdo dopo due anni di frequentazione con i suoni di quella terra. E il tema del mercato parte proprio da una registrazione di una voce registrata al mercato di Palermo. La melodia vocale del venditore è divenuta per me la melodia: il clarinetto la riprende e subito dopo parte il battito ritmico. Devi considerare che in tutti questi i quadri la narrazione della voce si svolgeva sopra la musica (chiaramente in sezioni precise indicate da me in partitura) e quindi ho dovuto tenere presente questi due aspetti: fare in modo che la coreografia fosse sempre stimolata e, contemporaneamente, che la musica potesse essere la giusta cornice per la narrazione. “Habanera” è invece il classico passo a due centrale. Mi ricordo la meravigliosa emozione di aver visto la prima volta Luciana Savignano volare sulle note del mio pianoforte. Sono felice di averle destinato questo brano per pianoforte solo, un semplice ritmo di Habanera, una melodia che ruota attorno a Re Minore (per me, la notte, la luna). Una melodia che vuole ripetersi, come i pensieri ossessivi della donna protagonista. E poi, Stravinsky è irrinunciabile dovendo rappresentare una festa del sud sacra e pagana al contempo. Ho proseguito poi negli anni successivi la mia sperimentazione nella danza, indagando altri mondi musicali, usando un’orchestra classica in “Orfeo”, il piano in “Jules e Jim” e l’elettronica in “Tango di Luna”.
La ‘musica di scrittura’... nel trattamento degli strumenti percepisco anche studi classici di composizione, è così? nella tua biografia non si parla di questo: si va direttamente dalle ‘stanze’ d’infanzia al... primo concerto solistico. Sarei curioso di sapere di più.
"Apprezzo chi è riuscito a perpretare un regolare percorso, a sentirsi parte integrante di un metodo, di una scuola (penso alla tua analisi della genealogia della scuola pianistica napoletana nata con Cesi). In compenso, il mio spirito, le opportunità della vita sin da ragazzo, mi hanno sempre tenuto lontano dai classici studi accademici. Sono cresciuto giocando sotto il pianoforte dei miei genitori, entrambi pianisti ma non di professione. Diciamo che tra i 4 e 15 anni si è compiuto il mio destino musicale, dapprima studiando privatamente pianoforte classico in un liceo musicale; poi, i miei dodici anni hanno coinciso con la scoperta di Bill Evans e la destinale frequentazione con Dante De Stefanis, didatta vercellese scomparso ormai da molti anni. Ho passato tre anni con lui formidabili, nei quali gli studi di contrappunto, armonia e organo erano mischiati a trascrizioni di Coltrane e Jarrett. La mia visione della musica si è ampliata, ho iniziato naturalmente lo studio dell’improvvisazione pianistica e a voler affrontare il pubblico solo con la mia musica. Ho incominciato ad avere concerti in Italia nel 1985 e nel 1986, per qualche tempo, ho anche collaborato con diversi musicisti sudafricani a Londra, con i quali ho approfondito i fondamentali ritmi dispari tipici della loro musica e mirabilmente rappresentati dal pianismo di Abdullah Ibrahim. Dal punto di vista pianistico, sono stati anni fondamentali per lo sviluppo ritmico della mia mano sinistra.
Con la successiva frequentazione dell’ambiente jazzistico in Italia di fine anni ’80, mi ricordo di aver provato la netta e spiacevole sensazione di un ambiente chiuso su se stesso, auto-ghettizzato. E così ho per l’ennesima volta cambiato rotta, trovando nella musica contemporanea di area milanese un ambiente che mi ha permesso di lavorare subito sul campo.
E’ del ’91 la prima commissione ricevuta dall’orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano e nel 1992 la mia musica ha iniziato a essere pubblicata per Casa Musicale Sonzogno. Per tutti gli anni Novanta ho forse più scritto che suonato, sia per solisti che per orchestre e anche il Teatro Musicale incominciò a interessarmi molto, arrivando nel 1999 a scrivere un’opera lirica per ragazzi su commissione dell’Arena di Verona. Ma anche da lì, poi, me ne sono andato per altre strade…"
Hai collezionato collaborazioni illustri: una panoramica sulle più ‘ficcanti’?
"Non è facile. Tutte le collaborazioni sono avvenute su reciproca stima e sulla voglia di sperimentare. Come sai, poi, mi è veramente capitato di frequentare personaggi dai mondi diversissimi e, ogni volta, nelle diverse vesti di produttore, arrangiatore, pianista, compositore.
Personalmente posso dire di godere in egual modo sia che il mio piano accompagni la voce di Giorgia, come il suono puro e cristallino della tromba di Markus Stockhausen. Una collaborazione delle più particolari forse è stata quella con la voce di Yukimi Nagano, con la quale mi sono esibito a Tokyo un po’ di anni fa. Con Giovanni Sollima, poi, ci siamo tolti più volte lo sfizio di improvvisare totalmente una sonata per cello e pianoforte e di far musica con tutto ciò che ci capitava intorno. Nel cuore porto anche un’esibizione di un brano per solo piano alla Scala di Milano danzato per l’occasione da Luciana Savignano. E poi le voci teatrali: Fabrizio Gifuni, Ascanio Celestini, Gioele Dix. Con quest’ultimo la sensibilità e il feeling acquisiti in questi anni mi hanno portato a vivere momenti molto intensi in uno spettacolo dedicato alla Bibbia".
Hai mai paura della tua stessa ‘grandezza’? ovvero, il problema della misurazione del sè... fai mai i conti con quello che (musicalmente) puoi rappresentare per gli altri? sei consapevole del tuo posto nel fluire della memoria storica (direi del tuo ac/cadere nel tempo)?
"Per mia formazione mentale e culturale sono portato a non misurare il mio lavoro in una scala generale. Vado avanti da sempre, cercando di inseguire la mia idea di crescita personale e professionale. E questo mi basta.
E’ chiaro, comunque, che esiste un reale terreno di scambio tra la mia musica e il pubblico che mi segue e questo mi interessa certamente. Posso dirti in merito che è da un po’ di anni che seguo con attenzione questo aspetto del mio lavoro. Quando arrivai la prima volta in Giappone nel 2006 e trovai i sold-out e le file di per gli autografi, incominciai a ragionare sulla effettiva forza della mia musica. I miei suoni avevano volato per diecimila chilometri e mi avevano preceduto. Io sono arrivato dopo: il pubblico mi conosceva, ero io a non conoscere ciò che la mia musica poteva già rappresentare per lui".
“Ottobre” è forse la traccia di “My Room” (2005) che preferisco. Vi ho ritrovato accenni ad alcuni stilemi di Sakamoto, cui anch’io ho dedicato un disco...
"“Ottobre” è un brano che ha anticipato il mio “sbarco” in Giappone. Mi sono reso conto dopo della poetica avvicinabile alla cultura di quel paese, poetica di cui Sakamoto è una colonna fondamentale. L’ho anche eseguito a Tokyo per piano e orchestra e devo dire che viene ancora più fuori quel ponte musicale tra Occidente e Oriente che ho sempre ricercato.
Su Sakamoto posso dirti che rappresenta per me quella tipologia di artista a cui eventualmente aspirare. Non si ha la percezione di lui come solo di un pianista o solo di un compositore. E’ e rimane lui in ogni progetto che abbraccia: è Sakamoto e basta. Questo mi piace".
Mi racconti com’è nata “Ovunque tu sia” (“Christmas tunes”, 2006)?
"Durante la registrazione del disco, era presente in studio un esemplare perfetto di piano elettrico Wurlitzer. L’ho posizionato alla mia sinistra, con l’idea di suonarlo contemporaneamente al piano. Il risultato dei due suoni all’unisono mi è sembrato molto interessante. E’ nato questo pezzo in cui mi sono divertito a improvvisare più da chitarrista che da pianista. E’ probabile che riutilezzerò l’espediente anche dal vivo prossimamente".
Abbiamo in comune l’amore per Bach. Nell’Allegro (Finale) in “Bach to me” (2007) intrecci Bach e Ravel, due tuoi amori, misti a incisi e stilemi jazz. Probabilmente, inserirei questi lavori in una traccia aurea che parte da Alexander Siloti, Busoni, Wilhelm Kempff, ed arriva ai nostri giorni, come testimonia il musicologo belga Arthur Schanz. Dal punto di vista dei generi, ho teorizzato gradi di ‘allargamento successivi: pastiche, parafrasi, trascrizione, reinvenzione, semplice ispirazione, scritture “alla maniera”, etc. Personalmente ritengo che sempre si sia creata inclusione e trasformazione, e ne ho tratto ‘estetiche del plagio’, dove la parola perde ogni carattere negativo. Che ne pensi?
"Interessantissimo il tuo scritto sulle estetiche del plagio. Penso che la tua perfetta sintesi arriva a dimostrare quanto nella musica sia fondamentale procedere come in botanica: sperimentare innesti su innesti e vedere cosa succede. Riguardo al mio progetto su Bach, penso di aver trovato nel termine “traduzione” l’ideale sintesi del mio pensiero".
A parte gli “amori per”: hai idiosincrasie verso alcuni compositori?
"Direi Listz, ma è un’idiosincrasia che è retaggio della mia infanzia musicale. Non mi è mai piaciuto e l’ho sempre avvertito agli antipodi del mio modo di fare e sentire musica. Subito dopo Vivaldi e il motivo non è certo musicale, poiché sulla sua grandezza non si discute. Me l’hanno fatto odiare fin da ragazzo le esecuzioni in costumi antichi veneziani che, peraltro, continuano ancora oggi e il fatto che “Le Quattro Stagioni” siano l’unica cosa che pensano di far ascoltare in televisione per dire di aver proposto musica classica. Della musica barocca e in particolare di Vivaldi, c’è una mercificazione per i turisti che mi urta parecchio. La stessa, in altro ambito musicale, che ha vissuto il Jazz di questi ultimi anni: è divenuta musica di moda per l’happy hour. Per le nuove generazioni il Jazz è quella musica da ascoltare mentre si beve una birra. E poi ci sono le avversioni per i brani, più che per i compositori: da bambino mi sono sempre rifiutato di suonare “Per Elisa”, con grande disappunto di zii e parenti tutti…"
Quali pianisti del passato prediligi?
"Prediligo alcuni aspetti di Richter, Michelangeli, Gould."
Alcuni tuoi brani richiamano quel senso di pacificato accadimento (torna l’ac/cadere)... è il dato ‘malinconico’ (penso alla linea Klibansky-Panofsky-Saxl, ovvero alla malinconia dell’uomo di genio), quello che personalmente sempre preferisco in ogni Autore... intimamente percepisco che questo stato può essere solo ‘intermedio’ nel nostro agire (comporre/suonare), perché lasciarsi andare comporterebbe dei pericoli enormi (il celebre... ‘umor nero’). Amo molto questo stato, in musica, e tu?
"Lo amo anche io, visceralmente. E più passa il tempo più capisco che non posso farne a meno, e mi accorgo di ricercarlo costantemente. E uno dei punti di approdo in questa mia ricerca l’ho individuato nella creazione di una particolare forma di concerto che ho concepito: il concerto al buio. La ricerca di uno stato altro nel quale dar libero sfogo alla mia malinconia e lasciarmi andare senza paure, ha trovato in questo tipo di concerto un veicolo perfetto. Il buio assoluto, totale (quello vero, non la semplice mancanza di luci teatrali) è lo stato in cui io e tutto il pubblico affrontiamo questa esperienza. In “Blind Date – Concerto al buio” l’uso comune dei sensi viene meno e si impara a riferirsi alla geografia fisica e mentale dello spazio circostante in nuovo modo. Con questa forma di concerto desidero mettere al centro di tutto la Musica, togliendo la mia immagine e porto con me il pubblico in un’improvvisazione totale. Luce-buio-luce: questa è la formula del concerto. Da una penombra iniziale si va al buio totale per poi tornare gradualmente allo stadio iniziale. Questo mi permette di compiere letterlamente un viaggio dentro di me, perdendomi e ricercando una nuova alba sensoriale. E un esempio di ciò lo si ascolta nell’ultima mia uscita discografica. Nel doppio album “pianopiano” è presente la registrazione del concerto al buio che ho tenuto nella primavera 2009 a Milano, davanti a un ristrettissimo gruppo di amici, che avevo chiamato per vivere con me quella esperienza. Il risultato è un’improvvisazione di quarantacinque minuti e dall’ottavo al trentacinquesimo della registrazione, ciò che puoi ascoltare è stato da me eseguito nel buio assoluto. Mi guida costantemente il desiderio di vedere la musica con altri occhi, e non ho più paura, ormai, a mettermi nella braccia della mia malinconia."
Grandi ospiti alla PMC Music Recording Studio
IL PRIMO CAMPUS DELLA MUSICA DIVENTA
PUNTO D’INCONTRO PER GRANDI ARTISTI
Da Maria Nazionale, Angelo Di Gennaro, Gianni Lanni e molti altri….
La Pmc Music Recording studio prende il volo, ospiti di calibro nazionale vengono a Sant ‘Anastasia per visionare il primo campus della musica, nascente nel territorio vesuviano. Il tutto gira intorno alla musica, arte sublime che unisce gli animi degli artisti che hanno trovato nel campus un punto di ritrovo per condividere attimi intensi di musica che va dal genere pop, classico, jazz e partenopeo. Artisti come la cantante Maria Nazionale, i comici Angelo Di Gennaro e Davide Marotta, il giovane cantante partenopeo protagonista del musical Scugnizzi Gianni Lanni, la soprano Anna Caso, il tenore Sergio Casalino, le cantanti Mary Utech e Carla Buonerba, la giovane promessa della musica Marsica De Angelis. Si sono avvicendati band come il gruppo rock Elephant e il gruppo Jazz di Avellino i True Folies. La voce che ha reso popolare la band di Tony Esposito, durante gli anni ottanta, il cantante Maurizio De Franchis con la canzone Kalimba De Luna che ha contribuito a fare la storia della musica italiana e rimanendo soddisfatto dell’ opera della Pmc, si è creata una forte collaborazione tra il campus e l’artista in questione. A grande sorpresa direttamente dalla capitale, è arrivato in questi giorni l’autore e compositore di tanti successi di Gigi D’Alessio, Anna Tatangelo e Sal Da Vinci stiamo parlando di Vincenzo D’Agostino, venuto a costatare di persona il campus, tanto raccontato dai suoi colleghi. Sodalizio ormai instaurato con il maestro e amico Diego Perris che ha reso il campus teatro di un grandioso Backstage, che ha dato la luce un singolo in uscita la prossima estate. Anche artisti noti dei grandi teatri napoletani sono intervenuti come Gino Accardo, Pamela Paris, Antonio Buonomo e Mario Maglione. Questi ultimi due artisti, Antonio Buonomo e Mario Maglione saranno protagonisti dello spettacolo canoro, organizzato dalla Pmc Music Recording Studio al teatro Metropolitan il 27 Febbraio 2010 intitolato “La musica siamo noi!”, dove si esibiranno i ragazzi della Pmc con brani di musica classica napoletana e con la partecipazione del gruppo Ritmo Vesuviano. Inoltre il prossimo appuntamento si terrà il 20 Febbraio con il salotto della poetessa più premiata d’Italia, la signora Tina Piccolo dove saranno ospiti artisti, musicisti e poeti di fama nazionale. Ebbene si tutto questo accade nel nostro paese, troppo impegnato in discordie interne per accorgersi che sta nascendo una realtà che può portare una riqualificazione del territorio a livello nazionale.
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