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teatro e spettacoli

cultura

I “Giorni Felici” di Beckett
di alberto sdino starace

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Al Mercandante, Robert Wilson
ha allestito, lo scorso dicembre,
la piece teatrale del drammaturgo
irlandese Samuel Beckett:
Giorni felici. Ne abbiamo
tratto uno spunto


Metti sul palcoscenico una donna, bionda, grassoccia, sulla cinquantina e sepolta in un monte di sabbia. Si! Sepolta per tutta la durata del primo atto, fino alla vita. Metti poi la stessa donna, ancora sepolta; ma questa volta fino al collo, al punto che solo la testa è libera. La donna in questione non ha una grande liberta di movimento e nell’atto in cui può muovere le braccia riesce solo ad usare i pochi oggetti e effetti personali che ha con sé: un ombrellino parasole, un pettine, un dentifricio con lo spazzolino, un rossetto, una lima e una sporta nera che contiene il tutto e infine una rivoltella. La donna, di nome Winnie, per tutta la durata dei due atti non può fare altro che parlare, conversando con se stessa e con il marito, Willie, un sessantenne, dal cranio spaccato e vuoto, che vive alle spalle della donna, letteralmente, in un buco nella sabbia, da cui ne esce solo in rarissimi casi e che le risponde solo con incomprensibili versi. Da questi presupposti non è difficile chiedersi come l’autore abbia mai potuto partorire una tale assurdità. La domanda sarebbe lecita se l’autore in questione non fosse Samuel Beckett e il dramma in due atti non fosse “Happy Days” (Giorni Felici). Il drammaturgo, nato a Dublino nel 1906, è generalmente considerato, per le sue opere, il massimo esponente del teatro dell’ assurdo anche se questa attribuzione al suo teatro, la rifiutasse categoricamente. Eppure il suo teatro non ha in sé nulla di assurdo. Anzi dopo aver superato il primo momento di smarrimento, effetto ampiamente previsto e procurato dall’autore, lo spettatore attento riesce a cogliere i sottili messaggi che le sue opera invia. Non fa eccezione “Giorni felici” che in questi giorni è al teatro Mercadante di Napoli, parte di un ciclo di rappresentazioni che unisce i due massimi drammaturghi inglesi: William Shakespeare e Samuel Beckett. In scena nei panni di Winnie, c’è l’attrice Adriana Asti, che ritorna ad interpretare la donna semisepolta dopo l’allestimento del 1985 mentre Yann de Graval è Willie. La regia, e l’ideazione, sono di Robert Wilson, un’ artista riconosciuto come uno dei più celebri della nostra epoca nel teatro, il quale aveva già aperto l’attuale stagione teatrale del Mercadante con un’altra “piece” teatrale di Beckett: Krapp’s Last Tape (L’ultimo nastro di Krapp). In questo dramma, scritto tra il 1960 e 1961, l’autore esplora un soggetto che è umoristico e malinconico allo stesso tempo. Una donna di mezz’età si sforza di convincersi che ogni nuovo giorno che le viene dato sulla terra sia un giorno felice. Winnie è la classica donna borghese che vive le sue giornate ognuna uguale alla precedente, immancabilmente scandite dal trillo, assordante e perentorio, del campanello del risveglio e quello del sonno. La donna è letteralmente conficcata nella sua realtà borghese, sprofondata nel monticello dell’esistenza quotidiana, che nella visione di Wilson è un piccolo Vesuvio di asfalto, che le impedisce tutti i movimenti tranne quelli ripetitivi, banali e convenzionali come rifarsi il trucco, lavarsi i denti o parlare al marito. Eppure è a questi oggetti, ai gesti rituali e alla memoria (seppur intermittente) delle azioni (seppur banali) compiute in passato che ella si aggrappa, con tenacia, per dare un senso alla sua vita. Ostinata e caparbia, Winnie è di un umorismo insolito, a volte amaro ma sempre sincero, anche quando sventola e accarezza la sua rivoltella, con la quale potrebbe mettere fine a tutta questa banalità, se ciò non fosse l’ammissione dell’infelicità della sua vita e dei suoi giorni. Adriana Asti possiede una estrema padronanza del ritmo e dei tempi comici e soprattutto sorprendenti “enormi occhi che sono sempre in ascolto”è stata convincente nell’interpretare una donna che vive il dramma di una vita banale eppure con il sorriso sulle labbra. Sorprendente la sua padronanza del ritmo e dei tempi comici e soprattutto sorprendenti gli “enormi occhi che sono sempre in ascolto” per citare le parole di Wilson, occhi che risaltano notevolmente quando al pubblico viene presentato solo il volto dell’attrice. Il regista da parte sua è riuscito a rendere a pieno l’operazione con cui Beckett ha valuto scardinare i pilastri su cui si fondava il teatro: l’azione e il dialogo. Non c’è quasi alcuna azione in senso strettamente teatrale o come sarebbe logico aspettarsi da un dramma mentre il dialogo è solo l’illusione creata dalla presenza del marito che in definitiva pronuncia poco più di dieci versi. Eppure tutto ciò da vita ad una convincete e sensata metafora dell’esistenza umana, della sua dimensione borghese e banale, della impossibilità del dialogo ma anche della forza che può spingerti a vivere accettando anche la condizione più miserevole. Se questo vi sembra assurdo…..


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